In Sardegna la longevità non nasce solo dai geni. Il legame tra partecipazione sociale e longevità è oggi materia di ricerca — e chiama in causa la qualità dell’inclusione.
DI MASSIMO USAI
Nei paesi tra l’Ogliastra e la Barbagia i demografi hanno contato più ultracentenari di quanti la statistica ne prevedesse. È una delle cinque aree che Gianni Pes e Michel Poulain, all’inizio degli anni Duemila, cerchiarono in blu su una carta geografica: da quel segno nacque l’espressione Blue Zone. Per molto tempo la spiegazione più ripetuta ha riguardato la dieta e il patrimonio genetico. I dati raccolti sul campo, però, indicano anche un fattore meno fotogenico: in quei paesi l’anziano non esce mai davvero di scena. Mantiene un ruolo, una parola che conta, un posto riconosciuto nella vita del vicinato.
Il fattore che i racconti sulla longevità tendono a saltare
La ricerca degli ultimi vent’anni ha dato consistenza a quell’osservazione. L’isolamento sociale compare oggi tra i fattori associati a un aumento della mortalità, con un peso che diversi studi collocano accanto ad abitudini nocive ben più note. Avere uno scopo — quello che a Okinawa chiamano ikigai — si correla a un rischio inferiore di declino funzionale. L’apprendimento continuo alimenta ciò che i neuroscienziati definiscono riserva cognitiva, il margine che consente al cervello di compensare più a lungo l’usura del tempo. Sono meccanismi diversi che convergono su un punto solo: si invecchia meglio dove si continua a partecipare.
C’è però una complicazione. Questi fattori protettivi non sono distribuiti in modo uguale. Restare dentro la vita degli altri è relativamente semplice per chi ha salute, autonomia, una rete già formata. Diventa un percorso in salita per chi convive con una disabilità, con una fragilità psichica, con una condizione di svantaggio sociale. Per queste persone la partecipazione non è un dato di partenza. Va costruita, con strumenti adeguati e competenze che non si improvvisano.
Partecipazione sociale e longevità: dove si incontrano scienza e inclusione
È il punto in cui entra un tassello raramente collegato al tema della longevità: la qualità della formazione che quella partecipazione la rende possibile. Alla fine di maggio 2026 l’I.E.R.F.O.P., istituto sardo attivo nella formazione professionale e nell’inclusione delle persone con disabilità, ha rinnovato la certificazione UNI EN ISO 9001:2015 (come riportato dall’Ansa) per la progettazione e l’erogazione delle proprie attività formative. Su carta è un adempimento tecnico. Nella sostanza è la verifica, condotta ogni anno da un organismo indipendente, che i percorsi capaci di generare autonomia e occupabilità rispondano a standard misurabili, e non alla buona volontà del momento.
«Quando si opera nel campo della formazione e dell’inclusione, la qualità si traduce in opportunità concrete per le persone», osserva Roberto Pili, presidente dell’Istituto e della Comunità Mondiale della Longevità. «Significa progettare percorsi realmente accessibili, capaci di sviluppare competenze, autonomia e piena partecipazione alla vita sociale e lavorativa». È una definizione che, letta con le lenti della ricerca sull’invecchiamento, dice più di quanto sembri: l’autonomia e la partecipazione che la formazione costruisce sono le stesse variabili che la scienza associa a una vita più lunga e in migliore salute.

Una variabile di salute pubblica
Il legame diventa evidente se si rovescia la prospettiva. La longevità di una popolazione si misura anche dalla quantità di persone che restano attive, in relazione, dotate di un ruolo — non soltanto dalla media dei suoi anni. In questa lettura un sistema formativo inclusivo smette di essere una questione settoriale e diventa una variabile di salute pubblica. Ogni percorso che riporta una persona fragile dentro il lavoro, la formazione, la vita di comunità agisce sugli stessi meccanismi che rendono speciali i paesi dell’Ogliastra.
La Sardegna, longeva e fragile
La Sardegna, in questo, occupa una posizione singolare. È al tempo stesso uno dei territori più longevi del pianeta e una regione che invecchia rapidamente, con aree interne segnate dallo spopolamento e dalla rarefazione dei servizi. Le stesse dinamiche che hanno prodotto i suoi centenari — coesione, prossimità, ruolo riconosciuto dell’anziano — sono oggi sotto pressione. Difendere le condizioni della partecipazione, per tutti e a ogni età, diventa allora un modo per non disperdere un capitale che altrove si studia con invidia.
La biologia individuale spiega una parte della durata della vita. Il resto lo scrivono i legami, i ruoli, la possibilità concreta di restare utili agli altri. Una certificazione di qualità, vista da questa angolazione, non parla soltanto di procedure. Racconta quanto seriamente una comunità decide di prendersi cura delle condizioni che permettono a ciascuno di durare, e di durare bene.
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2 commenti
[…] si incontrano, i legami si rinsaldano e nessuno resta solo. È la dimostrazione concreta di come la partecipazione sociale sia parte integrante della salute, soprattutto nelle comunità più longeve […]
[…] vite, soprattutto per chi vive solo. È la stessa forza della comunità che, come raccontiamo in partecipazione sociale e longevità, protegge la salute a ogni età. E d’estate la natura offre anche i suoi rimedi, quella […]