L’importanza della Dieta Mediterranea per la longevità dei bambini

By Roberto Pili

Un’inchiesta della BBC — «Pizza, pasta, potatoes, protein: how Italian children became so overweight» — ha raccontato in questi giorni come, in alcune aree del Sud Italia, quasi la metà dei bambini di 8-9 anni sia in sovrappeso, e come soltanto un italiano su dieci segua ancora davvero la Dieta Mediterranea. Il servizio ha fatto discutere. Ma dietro la polemica c’è una domanda che riguarda da vicino chi si occupa di longevità: se stiamo perdendo il modello alimentare che ci ha reso longevi, che cosa ne sarà degli anni di vita in buona salute delle prossime generazioni?

Il paradosso di una terra di longevità

C’è qualcosa di stridente in tutto questo. L’Italia — e la Sardegna in modo esemplare, con la sua Blue Zone — è stata studiata dal mondo intero come laboratorio naturale di longevità. Abbiamo consegnato agli altri Paesi la Dieta Mediterranea come uno dei modelli nutrizionali più solidi per proteggere la salute, riconosciuto dall’UNESCO nel 2010 come patrimonio dell’umanità e ribadito ancora nel 2025 dalle linee guida dell’Istituto Superiore di Sanità per la riduzione del rischio cardiovascolare, metabolico e di numerose patologie croniche. E proprio mentre altrove se ne studiano i benefici, noi la stiamo abbandonando. È come sputare sul piatto su cui dovremmo mangiare.

La Dieta Mediterranea, del resto, non è una collezione di ricette d’annata. La parola greca diaita non indicava il contenuto del piatto, ma un modo di vivere: prodotti prevalentemente vegetali, legumi, cereali, ortaggi, frutta, olio extravergine d’oliva, pesce, insieme a cucina domestica, stagionalità, movimento quotidiano, convivialità e legame con il territorio. È esattamente lo stile di vita che ritroviamo nelle Blue Zone. Il rischio, oggi, è di averne conservato il nome mentre smantelliamo l’ecosistema che lo teneva in piedi.

I numeri di un allontanamento

I dati raccontano una direzione chiara. L’indagine ARIANNA dell’Istituto Superiore di Sanità, pubblicata nel 2024 su 3.732 adulti, ha rilevato un’elevata aderenza al modello mediterraneo in appena il 4,85% dei partecipanti; l’83,82% mostrava un’aderenza intermedia e l’11,33% bassa. Il campione era volontario e sbilanciato verso donne e giovani adulti, quindi non perfettamente rappresentativo; ma il segnale converge con altri studi, come quello del CREA che stimava un’aderenza elevata attorno al 13,3%. Numeri diversi, stessa tendenza.

Il dato più preoccupante riguarda i più giovani. La letteratura descrive da anni una progressiva «occidentalizzazione» delle loro abitudini: studi citati dallo stesso progetto ARIANNA riscontravano una buona aderenza mediterranea solo nel 5% dei bambini della scuola primaria e nel 16% degli studenti delle superiori. Sta accadendo qualcosa di culturalmente enorme: una conoscenza costruita nei secoli rischia di non essere più trasmessa. Non stiamo perdendo delle ricette, ma una vera e propria tecnologia della salute.

La longevità comincia nell’infanzia

Ed è qui che il tema tocca il cuore della longevità. La sorveglianza OKkio alla SALUTE ha registrato nel 2023, tra i bambini di 8-9 anni, il 19% di sovrappeso e il 9,8% di obesità: quasi un bambino su tre in eccesso ponderale, con percentuali più alte al Centro e al Sud. Dietro i numeri, i comportamenti: un quarto dei bambini non mangia ogni giorno frutta o verdura, quasi uno su cinque non aveva svolto alcuna attività fisica il giorno prima della rilevazione, e il 45% passava più di due ore al giorno tra schermi di ogni tipo. È la fotografia di un ambiente obesogeno.

Un bambino in eccesso di peso non è semplicemente un bambino con qualche chilo in più. È un organismo in crescita esposto precocemente a insulino-resistenza, alterazioni metaboliche, steatosi epatica, ipertensione, problemi respiratori e ortopedici, oltre alle ricadute psicologiche e relazionali. Rischia di entrare nell’età adulta con un capitale biologico già intaccato. Ecco il punto che chi studia la longevità conosce bene: la prevenzione dell’invecchiamento patologico non comincia in geriatria, comincia nell’infanzia. La salute degli anziani di domani si costruisce nelle mense scolastiche di oggi.

Le Mele e la Dieta Mediterranea

Non è (solo) colpa dei singoli

Sarebbe comodo cavarsela dicendo che «gli italiani mangiano male» o che «le famiglie dovrebbero educare meglio». È una spiegazione rassicurante perché scarica tutto sull’individuo, ma è insufficiente. Le persone scelgono dentro l’ambiente in cui vivono, e quell’ambiente è cambiato radicalmente: tempi di lavoro, pendolarismo, pause pranzo compresse, struttura delle famiglie, modo di fare la spesa, rapporto con la cucina, pubblicità. Preparare una zuppa di legumi richiede tempo e organizzazione; aprire una confezione richiede pochi secondi. Il mercato l’ha capito e ha costruito un’offerta enorme di prodotti pronti ad alta palatabilità.

A questo si aggiunge il prezzo. Olio extravergine, pesce, frutta e verdura fresca hanno subito forti rincari. Quando il bilancio familiare è stretto, il costo per caloria diventa decisivo, e nasce uno dei paradossi sociali più pericolosi: il cibo ad alta densità energetica può risultare più accessibile di quello ad alta densità nutrizionale. La libertà di scelta resta formalmente intatta, ma non si esercita su un terreno neutro. E la salute rischia di diventare un bene socialmente stratificato.

Quanto costa non prevenire

Ogni volta che la prevenzione fallisce, il conto viene solo spostato in avanti: diabete, infarti, ictus, tumori, insufficienza renale, disabilità, perdita di autonomia, farmaci, ricoveri. Uno studio pubblicato sull’European Journal of Health Economics ha stimato per l’Italia, al 2020, 13,34 miliardi di euro l’anno di costi attribuibili all’obesità — circa 7,89 miliardi diretti e 5,45 indiretti. Sono stime modellistiche, e l’obesità non dipende solo dall’abbandono della Dieta Mediterranea; ma l’ordine di grandezza basta a cambiare prospettiva.

Rendere accessibile il cibo sano non è «spendere»: è investire per evitare una spesa futura molto maggiore. La prevenzione andrebbe trattata come un’infrastruttura, al pari di una rete ferroviaria o energetica. Eppure, pur destinandovi nel 2025 il 4,6% della spesa sanitaria corrente — sopra la media OCSE del 3,4% — continuiamo a impiegare oltre il 95% delle risorse nella diagnosi e nella cura. Il sistema resta più attrezzato a curare la perdita della salute che a produrla.

Il marketing e i determinanti commerciali

Non servono teorie del complotto: basta leggere l’Organizzazione Mondiale della Sanità, che parla ormai di commercial determinants of health e, nel rapporto europeo del 2024, ha incluso gli alimenti ultra-processati tra i settori che pesano sul carico di malattie croniche. Il punto non è che «l’industria vuole farci ammalare»: è che un’impresa ha interesse a vendere di più e la sanità pubblica, a volte, a far consumare di meno. È un conflitto legittimo, e la politica esiste proprio per governarlo. Nel frattempo l’asimmetria è enorme: una mela non ha un ufficio marketing, una lenticchia non paga influencer, un broccolo non compra spazi pubblicitari nei programmi per ragazzi. Non possiamo chiedere a un bambino di nove anni una «scelta consapevole» davanti a uno degli apparati di persuasione più sofisticati mai costruiti.

Dal diritto alle cure al diritto al cibo sano

Non si tratta di conservare un museo né di tornare alla società rurale degli anni Cinquanta. Si tratta di trasferire i principi biologicamente favorevoli della Dieta Mediterranea dentro il XXI secolo: renderla compatibile con il lavoro, la città, le nuove famiglie, la ristorazione collettiva, le piattaforme digitali. Innovarla senza distruggerla. Serve una politica che metta insieme sanità, scuola, agricoltura, welfare e urbanistica: mense scolastiche intese come strumenti sanitari, cibo sano reso accessibile alle famiglie vulnerabili, città in cui si possa camminare, e una competenza tornata rivoluzionaria — saper cucinare. Per una regione come la Sardegna, difendere olio, legumi, cereali, ortaggi e pesca sostenibile significa proteggere insieme salute, paesaggio, lavoro e comunità: uno dei rari casi in cui salute pubblica e interesse economico coincidono.

Nel Novecento abbiamo conquistato il diritto universale alle cure. Nel nostro secolo dovremo affiancargli il diritto alle condizioni che permettono di non ammalarsi, e tra queste l’accesso al cibo sano è centrale. Non che lo Stato debba decidere cosa mettiamo nel piatto; ma una Repubblica che garantisce cure a tutti non può restare indifferente alle condizioni che producono le malattie che poi dovrà curare — tanto più in un continente che invecchia e fa meno figli, dove la salute di ciascuno diventa ancora più preziosa.

Aggiungere vita agli anni

La vera sfida della longevità non è soltanto allungare l’aspettativa di vita: è aumentare gli anni vissuti in buona salute, autonomia e pienezza. E questa sfida comincia molto prima della vecchiaia — dalla gravidanza, dall’infanzia, dalla scuola, dalla famiglia, dal territorio e dal cibo che ogni giorno portiamo in tavola. L’Italia possiede già una parte importante della risposta: l’ha costruita nei secoli, studiata, esportata, e il mondo l’ha riconosciuta. Si chiama Dieta Mediterranea. Sarebbe uno dei grandi paradossi della nostra storia diventare il Paese che, dopo averla insegnata a tutti, ha dimenticato come praticarla.

Roberto Pili


Spunto e dati dall’inchiesta della BBC «Pizza, pasta, potatoes, protein: how Italian children became so overweight».


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