Cronaca emotiva dalla prima edizione dei Giochi Pitici a Roma. Quello che è successo sul palco dell’Auditorium Ennio Morricone non è stato un evento. È stato un prima e un dopo.
Roma, aprile 2026 – Ci sono serate in cui entri in un teatro pensando di assistere a uno spettacolo e ne esci sapendo di aver assistito a qualcos’altro. Qualcosa che non ha un nome preciso, ma che riconosci dalla gola stretta, dalle mani che battono un po’ più forte del necessario, dagli occhi lucidi della persona seduta accanto a te che non conosci ma che, per qualche ora, ha condiviso con te lo stesso respiro.
Alla Sala Petrassi dell’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone è successo questo. Per due giorni, venerdì 10 e sabato 11 aprile, la prima edizione di Pythika – Giochi Pitici ha trasformato uno dei palcoscenici più prestigiosi d’Italia in un luogo dove l’unica cosa che contava era il talento. Nudo, esposto, senza rete. E il talento, quando è vero, non ha bisogno che qualcuno gli faccia spazio. Se lo prende.
Venerdì: la semifinale, ovvero l’inizio di tutto
La giornata è iniziata al mattino con un corso di formazione per giornalisti organizzato dalla FNSI sul tema della comunicazione inclusiva, a ricordare che Pythika non è solo un palco: è un progetto culturale che intende cambiare il modo in cui si racconta la disabilità. Tra le relatrici, giornaliste dell’ANSA, di Avvenire, del Fatto Quotidiano e di Tiscali, insieme a Claudia Barcellona, avvocato e cofondatrice di Pythika, e alla senatrice Giusy Versace.
Poi, il pomeriggio, è arrivata la semifinale. Ventotto concorrenti, selezionati tra 585 artisti iscritti e 347 performance candidate da ogni angolo d’Italia. Canto, danza, recitazione, musica. Ognuno con la propria storia, ognuno con quel misto di terrore e fame che solo chi è salito su un palco davvero conosce. Livio Beshir ed Eleonora Arosio hanno condotto la serata con la misura giusta, lasciando che il centro della scena restasse dove doveva restare: sugli artisti.
E gli artisti hanno risposto. Hanno risposto con performance che hanno tolto il fiato, con interpretazioni che hanno fatto dimenticare al pubblico dove si trovava e perché era lì. C’era chi cantava con una voce che sembrava venire da un posto più profondo delle corde vocali. Chi danzava con una grazia che sfidava qualsiasi definizione di limite. Chi recitava con un’intensità che rendeva ogni parola necessaria, inevitabile. E chi suonava come se la musica fosse l’unica lingua in cui potesse dire tutto quello che aveva dentro.
In platea, la giuria seguiva ogni esibizione con un’attenzione che era già di per sé un messaggio. Tony Esposito, Fioretta Mari, Raffaele Paganini, Carolyn Smith, Silvia Salemi: professionisti che hanno visto migliaia di performance nella loro carriera e che ieri sera, più di una volta, si sono guardati tra loro con quello sguardo che dice non me lo aspettavo. Non perché non si aspettassero talento. Ma perché la quantità di talento su quel palco superava qualsiasi aspettativa ragionevole.
Il pubblico: l’altro protagonista
C’è una cosa che nessun comunicato stampa e nessun articolo può restituire davvero: l’aria che si respirava in sala. Il pubblico della Sala Petrassi non era un pubblico compiacente. Non era lì per fare un favore a nessuno, non era lì per commuoversi a comando, non era lì per applaudire a prescindere. Era lì per vedere dell’arte. E l’arte l’ha trovata.
Lo si capiva dai silenzi. Quei silenzi densi, quasi fisici, che si creano quando una sala intera trattiene il respiro nello stesso istante. Lo si capiva dagli applausi, che non erano mai di cortesia ma sempre di riconoscimento. Lo si capiva dalle lacrime, quelle vere, quelle che non riesci a trattenere non perché sei triste ma perché qualcosa di bello ti ha colpito in un punto che non sapevi di avere scoperto.
Genitori, familiari, amici, accompagnatori: il pubblico di Pythika era composto in larga parte da persone che avevano fatto un viaggio per essere lì, che avevano attraversato l’Italia per vedere qualcuno a cui vogliono bene salire su quel palco. E quel qualcuno, in molti casi, li ha ripagati con una performance che andava oltre ogni loro immaginazione. L’orgoglio che si leggeva nei loro occhi era tangibile, contagioso, travolgente.
I concorrenti: il coraggio di esserci
Parliamone, del coraggio. Perché salire su un palco richiede sempre coraggio, a prescindere da chi sei e da dove vieni. Ma salire sul palco della Sala Petrassi, davanti a una giuria di quel calibro, con le telecamere accese e un pubblico che ti guarda aspettando di essere sorpreso, è qualcosa che va oltre il coraggio ordinario. È un atto di fede nel proprio talento.
I ventotto semifinalisti di Pythika quell’atto di fede lo hanno compiuto uno dopo l’altro, per ore. Ognuno a modo suo. C’era chi saliva sul palco con la sicurezza di chi sa di essere pronto. Chi con le gambe che tremavano. Chi con un sorriso che non riusciva a contenere. Chi con una concentrazione così intensa da sembrare in un altro mondo. E poi, nel momento in cui partiva la musica o si accendeva il riflettore, tutti diventavano la stessa cosa: artisti. Semplicemente artisti.
Dietro le quinte, l’attesa era un universo a parte. Nervosismo e cameratismo, rivali e compagni di viaggio allo stesso tempo. Si scambiavano sguardi di incoraggiamento. Si abbracciavano prima di salire. Si cercavano dopo essere scesi. Perché Pythika, nella sua natura più vera, è anche questo: una comunità temporanea di persone che condividono la stessa passione e che, per due giorni, hanno condiviso lo stesso sogno.
Sabato: la finale e il verdetto impossibile
La giornata di sabato ha ospitato al mattino Special Pythika, la sezione non competitiva in cui artisti fuori gara si sono esibiti nelle stesse discipline e con le stesse regole, senza classifica, con il solo intento di condividere la propria passione. Un momento che ha confermato la filosofia della manifestazione: l’arte come linguaggio universale, non come privilegio di pochi.
Poi, nel pomeriggio e in serata, la finale. I migliori della semifinale di venerdì, tornati sul palco con tutto quello che avevano. Se venerdì era stato intenso, sabato è stato devastante. Nel senso più bello del termine. Le performance dei finalisti hanno alzato ulteriormente l’asticella, come se l’energia della semifinale avesse liberato qualcosa in ognuno di loro, una riserva di talento e di emozione che aspettava solo il momento giusto per venire fuori.
La giuria ha impiegato più tempo del previsto per deliberare. E chi era in sala capiva perfettamente il perché. Come si fa a scegliere, quando il livello è questo? Come si fa a dire tu sì e tu no, quando ognuno ha portato sul palco qualcosa di unico e di irripetibile? I giudici si sono confrontati a lungo, con la serietà e il rispetto che la situazione richiedeva. Perché quel verdetto non era solo una classifica: era il riconoscimento ufficiale di talenti che meritano di essere visti, ascoltati, ricordati.
Daniela Alleruzzo e la barriera che non c’è più
In tutto questo, c’era una persona che osservava dal proprio posto con lo sguardo di chi vede realizzarsi qualcosa che ha immaginato a lungo. Daniela Alleruzzo, presidente dell’accademia L’Arte nel Cuore e ideatrice di Pythika insieme a Claudia Barcellona e Susi Zanon, ha costruito questa competizione intorno a un principio che suona semplice ma che è rivoluzionario: i Giochi Pitici sono una vera competizione e vince chi è più bravo.
Poi c’e’ stata la Sardegna protagonista! Con IERFOP e il suo Presidente Roberto Pili, che hanno preso a cuore la manifestazione ed hanno promosso per mesi la manifestazione nell’isola, riuscendo a portare due artisti locali fino alle finali.
Nessuna categoria protetta, nessuna corsia preferenziale, nessuna retorica. Artisti con e senza disabilità sullo stesso palco, giudicati con lo stesso metro. L’obiettivo non era suscitare commozione, ma normalizzare. Dimostrare che la disabilità non è una barriera all’espressione del talento, ma una condizione da cui possono nascere autonomia, dignità e contribuzione attiva alla società. Guardando quello che è successo alla Sala Petrassi in quelle due giornate, la barriera non c’era. Forse non c’è mai stata. Serviva solo qualcuno che avesse il coraggio di ignorarla.
Quello che resta
Ai vincitori sono state assegnate borse di studio e opportunità professionali concrete, tra cui la possibilità di partecipare al MEI 2026. La manifestazione, lanciata nel settembre 2025 con una conferenza stampa a Palazzo Chigi alla presenza del Ministro per le Disabilità Alessandra Locatelli, punta a diventare un appuntamento annuale con una vocazione di espansione europea e internazionale. Dopo il successo di questa prima edizione, le premesse per un 2027 ancora più ambizioso ci sono tutte.
Ma i premi, le borse di studio, i numeri – 585 iscritti, 347 performance, ventotto semifinalisti – non raccontano davvero quello che è successo. Quello che è successo lo raccontano le mani che tremavano prima di salire sul palco e che non tremavano più una volta lassù. Lo raccontano gli occhi di un genitore che ha visto il proprio figlio fare qualcosa che nessuno pensava potesse fare. Lo racconta il silenzio di una sala che ha smesso di respirare durante un assolo di batteria. Lo raccontano le lacrime di un giudice che ha dovuto voltarsi un momento per ricomporsi.
Lo racconta, più di ogni altra cosa, il sorriso di chi è sceso da quel palco sapendo di aver dimostrato qualcosa. Non al mondo. A se stesso.
Pythika, alla sua prima edizione, ha già vinto. Ha vinto la sfida più difficile: dimostrare che l’arte, quando le si dà lo spazio che merita, non ha bisogno di etichette. Ha bisogno solo di un palco, di un riflettore e di qualcuno che abbia il talento e il coraggio di mettersi sotto quella luce.
Alla Sala Petrassi, quel qualcuno c’era. Non uno: ventotto. E un pubblico intero che, per due sere, ha avuto il privilegio di essere lì.
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