Aging with disability e Disability with aging: due percorsi diversi che richiedono interventi diversi. Come la psicologia della salute può fare la differenza
Di Luca Gaviano
Oltre la dicotomia sano/malato
Nei precedenti articoli di questa serie abbiamo esplorato l’integrazione tra psicologia della salute e psicologia clinica dell’invecchiamento, e abbiamo visto come il modello biopsicosociale e i paradigmi dell’invecchiamento attivo offrano una cornice per comprendere la complessità dell’età avanzata. In questo terzo approfondimento ci addentriamo in un territorio ancora più specifico: le traiettorie evolutive dell’invecchiamento e il modello causale-complesso, con le loro implicazioni concrete per la salute e per la pratica clinica.
Il punto di partenza è una constatazione tanto semplice quanto spesso trascurata: l’invecchiamento può essere compreso in modo adeguato solo superando una lettura dicotomica basata sulla presenza o assenza di malattia. Una prospettiva centrata esclusivamente sul deficit rischia di ridurre la complessità dell’esperienza dell’età avanzata, trascurando risorse individuali, capacità di adattamento e opportunità di benessere.
L’invecchiamento può essere interpretato, piuttosto, come una fase orientata alla massimizzazione delle potenzialità individuali, compatibilmente con i limiti biologici e funzionali. Non un semplice processo di declino, ma un percorso in cui è ancora possibile costruire benessere (OMS, 2015).
Il modello causale-complesso: perché non bastano le spiegazioni lineari
Questa visione si colloca all’interno di un modello causale-complesso, secondo cui salute, funzionamento e qualità della vita derivano dall’interazione dinamica e non lineare tra fattori biologici, psicologici, sociali e ambientali. È un concetto che merita attenzione, perché cambia radicalmente il modo in cui pensiamo alla salute degli anziani.
In questa prospettiva, piccole variazioni in un singolo fattore – il supporto sociale, le risorse economiche, l’accesso ai servizi – possono produrre effetti profondamente diversi in persone diverse, in momenti diversi della vita. Non esiste una relazione semplice di causa-effetto: la stessa condizione clinica può avere esiti radicalmente differenti a seconda del contesto psicologico e sociale in cui si manifesta (Diez Roux, 2011; Glass & McAtee, 2006).
Il modello causale-complesso aiuta quindi a spiegare l’eterogeneità dell’invecchiamento e la difficoltà di prevedere gli esiti con modelli lineari semplici. Il riferimento al modello biopsicosociale di Engel (1977) rafforza questa lettura: la salute in età avanzata non dipende solo da variabili biomediche, ma dall’interazione tra componenti biologiche, psicologiche e sociali. Ogni persona anziana è, in un certo senso, un sistema complesso.
Due traiettorie, due storie diverse
Il collegamento tra psicologia della salute e psicologia clinica dell’invecchiamento diventa particolarmente evidente quando si considera l’invecchiamento come processo eterogeneo e non lineare. In questo senso, il modello delle due traiettorie evolutive proposto da Verbrugge e Yang (2002) offre una distinzione di grande valore clinico: la distinzione tra Aging with disability e Disability with aging (Verbrugge & Yang, 2002; Petretto et al., 2018).
Aging with disability: invecchiare con una condizione già presente
Nel primo caso, l’individuo entra nell’età avanzata con una disabilità o condizione cronica già presente. L’invecchiamento si innesta su una storia di adattamento precedente: spesso la persona ha già sviluppato strategie di coping e modalità di autoregolazione. Ha imparato, nel corso degli anni, a convivere con la propria condizione.
Qui l’obiettivo clinico principale diventa il mantenimento del funzionamento e della partecipazione, riducendo il rischio di ulteriore perdita di autonomia. La psicologia della salute contribuisce lavorando sui determinanti modificabili: aderenza ai trattamenti, gestione della fatica, pianificazione di comportamenti di salute adeguati alle nuove esigenze legate all’età (Petretto et al., 2018; Petretto & Pili, 2022).
Disability with aging: quando la perdita arriva con l’età
Nel secondo caso, la disabilità emerge nel corso dell’invecchiamento come esito di processi patologici, eventi acuti o declino funzionale. La comparsa di disabilità rappresenta, in questo scenario, una discontinuità biografica: la persona deve integrare una perdita nuova, ridefinire ruoli e aspettative, riorganizzare la quotidianità.
In questo caso, la psicologia clinica dell’invecchiamento assume un ruolo centrale nel sostenere l’elaborazione della perdita e la ristrutturazione del sé. La psicologia della salute integra questo lavoro promuovendo comportamenti protettivi e prevenendo un peggioramento legato a scarsa aderenza e perdita di routine salutari (Petretto et al., 2018; Petretto & Pili, 2022).
In entrambe le traiettorie, la salute non può essere compresa prescindendo dalla storia di vita, dalle risorse personali e dai contesti di appartenenza – elementi centrali anche nella cornice del healthy ageing proposta dall’OMS (2015).
Il nodo dei comportamenti salutari e il peso dell’ageismo
Un ambito in cui l’integrazione tra psicologia della salute e psicologia clinica dell’invecchiamento risulta particolarmente evidente è l’adozione di comportamenti salutari. Le linee guida dell’OMS indicano che uno stile di vita sano, una corretta alimentazione, l’attività fisica regolare e un buon livello di partecipazione alle attività sociali migliorano funzionamento, autonomia e salute mentale anche in presenza di condizioni croniche, e riducono la sedentarietà come fattore di rischio (OMS, 2020).
Tuttavia – e questo è un punto cruciale – l’adozione di stili di vita salutogenici non dipende solo dalla capacità funzionale, ma anche da fattori psicologici e sociali. Tra questi, un ruolo particolarmente insidioso è giocato dalle rappresentazioni dell’età e dell’invecchiamento. In presenza di ageismo e stereotipi negativi interiorizzati, gli anziani possono ridurre l’impegno in comportamenti salutari perché percepiscono il declino come inevitabile e il movimento come non appropriato o non sicuro (Levy, 2009).
Questo meccanismo può essere particolarmente critico nella traiettoria Disability with aging, dove la nuova limitazione può rinforzare credenze di incompetenza e abbassare l’autoefficacia, riducendo ulteriormente l’attività e accelerando il decondizionamento (Baltes & Baltes, 1990; Levy, 2009). Si crea, in altre parole, un circolo vizioso: lo stereotipo negativo alimenta l’inattività, l’inattività conferma lo stereotipo, e il declino funzionale accelera.
Contrastare questo circolo vizioso è uno dei compiti più importanti della psicologia della salute applicata all’invecchiamento: lavorare sulle rappresentazioni, sull’autoefficacia, sulla motivazione, per restituire alla persona anziana la percezione di poter ancora agire sulla propria salute.
Il benessere psicologico come determinante di salute
Il benessere psicologico rappresenta un ulteriore punto di snodo nella comprensione dell’invecchiamento. Evidenze scientifiche indicano che dimensioni come il significato e lo scopo di vita si associano a migliori esiti di salute e a una minore mortalità in età avanzata (Steptoe et al., 2015). Un dato che suggerisce qualcosa di profondo: il benessere non è solo una conseguenza della salute, ma ne è anche un possibile determinante.
Chi ha ragioni per alzarsi la mattina, chi sente che la propria vita ha ancora un significato, chi mantiene legami e partecipazione, tende a stare meglio anche sul piano fisico. Non è retorica: è ciò che la ricerca ci dice con crescente chiarezza.
Ne deriva una conseguenza operativa importante: gli interventi clinici e di psicologia della salute rivolti alla popolazione anziana dovrebbero includere obiettivi di benessere, qualità della vita e partecipazione, oltre alla gestione del sintomo. Non basta curare la malattia; bisogna prendersi cura della persona nella sua interezza, del suo bisogno di significato, di relazione, di sentirsi ancora parte attiva del mondo.
Ogni percorso di invecchiamento è unico
Il modello causale-complesso e la distinzione tra le due traiettorie evolutive ci restituiscono un’immagine dell’invecchiamento molto lontana dagli stereotipi: non un destino uniforme, ma un mosaico di percorsi individuali, ciascuno modellato dalla storia personale, dalle risorse disponibili e dal contesto di vita.
Questa eterogeneità è al tempo stesso una sfida e un’opportunità. Una sfida, perché richiede interventi personalizzati e non protocolli standardizzati. Un’opportunità, perché ci dice che lo spazio per agire esiste sempre – anche in presenza di cronicità, anche in età molto avanzata. La psicologia della salute, integrata con la psicologia clinica dell’invecchiamento, offre gli strumenti concettuali e operativi per occupare questo spazio con competenza e con umanità.
Nel prossimo articolo della serie esploreremo il ruolo concreto dello psicologo clinico dell’invecchiamento e della salute: le implicazioni pratiche per la professione e per i servizi.
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