Dal modello biopsicosociale all’invecchiamento attivo: una lettura integrata per comprendere l’età che avanza

Perché la salute in età avanzata non dipende solo dalla biologia: il ruolo dei fattori psicologici, sociali e comportamentali nel determinare la qualità della vita degli anziani

Di Luca Gaviano

Vivere più a lungo non significa vivere meglio

Nel precedente articolo abbiamo esplorato come la psicologia della salute e la psicologia clinica dell’invecchiamento condividano una visione dell’anziano come persona attiva, inserita in un processo dinamico di adattamento. Abbiamo visto come tre elementi fondamentali – la centralità della persona, il ruolo dei comportamenti di salute e la relazione tra benessere e funzionamento psicologico – costituiscano il terreno comune tra queste due discipline.

In questo secondo approfondimento ci addentriamo nei modelli teorici che permettono di leggere l’invecchiamento in modo integrato, superando una visione esclusivamente biomedica. L’invecchiamento rappresenta infatti un ambito privilegiato per l’applicazione della psicologia della salute, poiché mette in evidenza in modo particolarmente chiaro la complessità dei processi che legano salute, malattia e qualità della vita lungo l’arco di vita.

Il dato di partenza è inequivocabile: l’aumento dell’aspettativa di vita osservato nelle società occidentali non coincide con un aumento proporzionale degli anni vissuti in buona salute. Al contrario, si registra una crescita significativa delle patologie croniche, delle condizioni di multimorbidità e del bisogno di assistenza, con un impatto rilevante sia sul funzionamento individuale sia sui sistemi sanitari (Petretto et al., 2018; Petretto & Pili, 2022). In questo contesto, una lettura esclusivamente biomedica dell’invecchiamento risulta insufficiente per cogliere la complessità dei bisogni della popolazione anziana e per orientare interventi realmente efficaci.

Il modello biopsicosociale: oltre il paradigma biomedico

Un primo riferimento teorico fondamentale per superare i limiti di una visione puramente medica dell’invecchiamento è il modello biopsicosociale proposto da George L. Engel nel 1977. Si tratta di uno dei contributi più influenti nella storia della medicina e della psicologia della salute: un modello che ha ridefinito il modo in cui comprendiamo la salute e la malattia.

Secondo Engel, la salute e la malattia non possono essere spiegate esclusivamente in termini biologici, ma derivano dall’interazione dinamica tra fattori biologici, psicologici e sociali (Engel, 1977). Non basta, in altre parole, conoscere la diagnosi di un paziente per comprendere il suo stato di salute: bisogna sapere come vive, cosa pensa della propria condizione, quali risorse ha a disposizione, in quale contesto sociale si muove.

In età avanzata, questa interazione diventa particolarmente evidente e determinante. Variabili psicologiche come l’autoefficacia – la fiducia nella propria capacità di affrontare le sfide –, le credenze di salute, le rappresentazioni dell’invecchiamento e le strategie di coping influenzano in modo significativo l’adattamento alla malattia, l’aderenza ai trattamenti e, in definitiva, la qualità della vita (Baltes & Baltes, 1990).

Pensiamo a un esempio concreto: due persone della stessa età con la stessa diagnosi di diabete di tipo 2 possono avere traiettorie di salute radicalmente diverse. Una, sostenuta da una rete familiare solida, con una percezione positiva del proprio invecchiamento e un buon livello di autoefficacia, potrebbe mantenere un’eccellente aderenza terapeutica e una buona qualità della vita. L’altra, isolata, convinta che il declino sia inevitabile e priva di motivazione, potrebbe andare incontro a un rapido peggioramento funzionale. La biologia è la stessa; la differenza la fanno i fattori psicologici e sociali.

Successful Ageing e invecchiamento attivo: due modelli convergenti

Un secondo riferimento teorico di grande rilevanza è rappresentato dai modelli di “Successful Ageing” e di invecchiamento attivo, che hanno contribuito a ridefinire il modo in cui la comunità scientifica e le istituzioni guardano all’età avanzata.

Il modello del Successful Ageing, proposto da John W. Rowe e Robert L. Kahn, pone l’accento su tre componenti principali: basso rischio di malattia e disabilità, mantenimento delle funzioni fisiche e cognitive, e coinvolgimento attivo nella vita sociale (Rowe & Kahn, 1987; 1997). Non si tratta di un ideale astratto o irraggiungibile, ma di un modello che identifica le condizioni concrete attraverso cui è possibile invecchiare preservando funzionamento e partecipazione.

In modo convergente, il modello di invecchiamento attivo promosso dall’Organizzazione Mondiale della Sanità sottolinea l’importanza di ottimizzare le opportunità di salute, partecipazione e sicurezza al fine di migliorare la qualità della vita delle persone che invecchiano (OMS, 2002). La parola chiave è “ottimizzare”: non si tratta di negare i limiti che l’età porta con sé, ma di creare le condizioni affinché ogni persona possa esprimere al massimo le proprie potenzialità residue, a qualsiasi età.

Entrambi i modelli attribuiscono un ruolo centrale ai comportamenti di salute, alla partecipazione sociale e al mantenimento dell’autonomia funzionale. Ci dicono, in sostanza, che invecchiare bene è anche una questione di scelte quotidiane, di relazioni, di opportunità offerte dal contesto in cui si vive.

L’invecchiamento come traiettoria di adattamento

Alla luce di questi modelli, l’invecchiamento viene interpretato non più come un evento improvviso o un semplice declino lineare, ma come una traiettoria di adattamento. È un concetto cruciale, che cambia radicalmente la prospettiva con cui guardiamo alla terza e alla quarta età.

A parità di età cronologica, le persone mostrano livelli molto diversi di funzionamento fisico, psicologico e sociale. Un ottantenne può essere pienamente autonomo, socialmente attivo e cognitivamente brillante; un altro, della stessa età, può trovarsi in una condizione di dipendenza e isolamento. Tale variabilità non può essere compresa guardando solo alla biologia: richiede l’integrazione delle dimensioni psicologiche e sociali con quelle biologiche, riconoscendo il ruolo delle risorse individuali, delle esperienze di vita e dei contesti in cui l’invecchiamento si realizza (Petretto et al., 2018).

Questa eterogeneità è forse il dato più significativo dell’invecchiamento: non esiste un modo unico di invecchiare. E proprio per questo, non può esistere un approccio unico alla cura e alla promozione della salute nell’età avanzata.

Il contributo della psicologia della salute: interventi mirati e personalizzati

È qui che la psicologia della salute offre il suo contributo più prezioso. Attraverso interventi mirati, essa lavora sulla promozione dell’attività fisica, sull’aderenza ai trattamenti, sulla gestione dello stress e sul rafforzamento delle risorse personali e sociali. Non si tratta di interventi generici, ma di azioni calibrate sulle caratteristiche specifiche della persona: la sua storia, le sue credenze, le sue barriere percepite, il suo contesto di vita.

Questo approccio risulta particolarmente rilevante in presenza di condizioni croniche – che rappresentano la norma, e non l’eccezione, nell’età avanzata. Quando la malattia non può essere eliminata, l’obiettivo dell’intervento si sposta: non più la guarigione, ma il mantenimento del funzionamento e della qualità della vita. È un cambio di prospettiva che ha conseguenze profonde per il modo in cui progettiamo i servizi sanitari, formiamo i professionisti e accompagniamo le persone nel loro percorso di invecchiamento.

La psicologia della salute offre quindi strumenti concettuali essenziali per leggere l’eterogeneità dell’invecchiamento e per orientare interventi personalizzati e centrati sulla persona. In un panorama demografico come quello italiano, caratterizzato da una longevità record e da una crescente complessità dei bisogni assistenziali, la capacità di integrare la dimensione psicologica e sociale nella lettura dell’invecchiamento non è un lusso accademico: è una necessità clinica e organizzativa.

Verso una cultura dell’invecchiamento integrato

Il passaggio dal modello biomedico al modello biopsicosociale, e da una visione passiva dell’invecchiamento a quella dell’invecchiamento attivo, non è solo un’evoluzione teorica: è un cambiamento culturale che riguarda tutti noi. Significa riconoscere che la salute in età avanzata è il risultato di un intreccio complesso tra biologia, psicologia e contesto sociale. Significa accettare che le differenze tra le persone anziane non sono accidenti, ma il prodotto di storie di vita, risorse, scelte e opportunità.

E significa, soprattutto, che abbiamo gli strumenti per intervenire. Non per fermare il tempo, ma per fare in modo che gli anni guadagnati dalla longevità siano davvero anni di vita – e non soltanto di sopravvivenza.

Nel prossimo articolo esploreremo le traiettorie evolutive dell’invecchiamento e il modello causale-complesso, con le loro implicazioni concrete per la salute e per la pratica clinica.


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1 comment

[…] Nei precedenti articoli di questa serie abbiamo esplorato l’integrazione tra psicologia della salute e psicologia clinica dell’invecchiamento, e abbiamo visto come il modello biopsicosociale e i paradigmi dell’invecchiamento attivo offrano una cornice per comprendere la complessità dell’età avanzata. In questo terzo approfondimento ci addentriamo in un territorio ancora più specifico: le traiettorie evolutive dell’invecchiamento e il modello causale-complesso, con le loro implicazioni concrete per la salute e per la pratica clinica. […]

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