Dalla seconda metà del Novecento l’aspettativa di vita è cresciuta in tutto il mondo e la popolazione è invecchiata. Ma lo scarto tra gli anni vissuti e gli anni vissuti in salute si è allargato, e con esso la diffusione delle patologie non trasmissibili, di quelle correlate all’età e delle disabilità.
Cura o prevenzione?
Negli ultimi cinquant’anni sono migliorate le condizioni igienico-sanitarie e i sistemi di cura, ma si sono diffusi anche comportamenti alimentari e stili di vita che hanno alimentato malattie cardiache, cerebrovascolari, tumori e patologie degenerative. A questo si aggiunge un ambiente definito «obesogeno», oggi tra le principali cause di morte nei paesi occidentali. L’esperienza della pandemia da COVID-19 ha messo in luce i limiti di un modello sanitario concentrato più sulla cura che sulla prevenzione e di una visione della salute delegata all’esterno, a qualcun altro, più che alle scelte quotidiane di ciascuno.
Cosa significa «farsi salute»
L’idea di fondo è che la salute non sia semplicemente l’assenza di malattia, ma un processo attivo e consapevole, che ogni persona può intraprendere. Implica una responsabilità personale nel prendersi cura di sé, riconoscendo che le scelte di ogni giorno pesano sulla qualità della vita. Poggia su quattro pilastri:
- Stile di vita: esercizio fisico regolare, che aiuta il peso, il cuore e il benessere mentale; sonno di qualità e gestione dello stress, per prevenire le malattie croniche e rafforzare la resilienza.
- Dieta: un’alimentazione equilibrata e varia, ricca di frutta, verdura, cereali integrali, proteine magre e grassi salutari, con attenzione a qualità e porzioni ed evitando eccessi e cibi molto trasformati.
- Prevenzione: controlli medici regolari, vaccinazioni e screening per individuare presto i problemi, e informarsi su malattie e fattori di rischio per decidere meglio.
- Consapevolezza: conoscere i «pilastri» e le determinanti della salute è il requisito per fare scelte salutogeniche.
Il filo che si è spezzato tra le generazioni
Dagli anni Ottanta in poi, le nuove generazioni non hanno più potuto attingere direttamente alle esperienze sapienziali di chi le ha precedute: i saperi su cibo, ritmi e vita quotidiana che per secoli hanno protetto la salute delle popolazioni longeve, come quelle sarde. L’approccio è allora quello di unire quelle conoscenze con le evidenze della ricerca più recente, attraverso un percorso psicoeducativo e geragogico, coerente con l’idea di apprendimento lungo tutta la vita, che aiuti a colmare il gap e a rafforzare collaborazione e coesione tra le generazioni.
Un approccio olistico e personalizzato, in cui la salute diventa un obiettivo da perseguire attivamente invece che un risultato da attendere passivamente: è questo il senso di «farsi salute».
Donatella Petretto
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