Anche le persone longeve ricorrevano al comfort food, o è qualcosa che caratterizza solo l’alimentazione occidentale di oggi? La ricerca di conforto ed emozioni positive nel cibo è sempre negativa? E cosa possiamo impararne?
Che cos’è davvero il Comfort Food
Il comfort food si può descrivere in maniera multisfaccettata: la comunità scientifica cerca ancora una definizione pienamente, operativamente e coerentemente condivisa. Il concetto identifica la ricerca di alimenti capaci di dare una sensazione di appagamento, riportare alla nostalgia, connettersi con la nostra memoria e creare un’atmosfera familiare.
Un pasto «comfort» non attiva solo ricordi situazionali: può evocare le sensazioni legate alle relazioni piacevoli e innescare risposte psicofisiologiche positive, di gratificazione e di ricompensa (Pereira et al., 2024).
Un concetto legato alla cultura e alle tradizioni
Gli alimenti che hanno questo potere variano in base alla cultura e alle tradizioni culinarie: sono, per definizione, legati all’esperienza di ciascun individuo nell’arco della propria vita. La dimensione alimentare assume conformazioni particolari nelle diverse culture, a seconda del significato dei comportamenti legati ai pasti. Di conseguenza, il concetto di «comfort food» è tanto eterogeneo quanto lo sono tradizioni, stili di vita e accesso alle risorse alimentari.
Le Zone Blu e la transizione verso la Western Diet
Anche le Zone Blu stanno attraversando una transizione verso una dieta di tipo occidentale, dando vita a una miscela di comportamenti alimentari: da un lato il richiamo alle tradizioni dei nonni (familiarità e nostalgia), dall’altro il ricorso alla gratificazione e all’attivazione fisiologica dei cibi della western diet.
Possiamo definire la Western Diet come l’attuale pattern alimentare dei Paesi occidentali industrializzati, dove la produzione delle materie prime e la preparazione tradizionale lasciano spazio al semplice acquisto, spesso di cibi già pronti. L’accorciamento dei tempi e il mancato controllo di cottura, preparazione e coltivazione/allevamento offrono un vantaggio situazionale individuale in una società frenetica, ma comportano numerosi svantaggi comunitari in termini di salute e malattie croniche, in un sistema sanitario non ancora pronto a gestirli.
L’aspetto più critico riguarda però lo junk food che caratterizza la dieta occidentale (Vinci et al., 2025): la ricerca di emozioni positive in cibi ultraprocessati, saturi di energia, calorie, zuccheri e sale, poveri di nutrienti, potenzialmente in grado di causare dipendenza e incapaci di rispettare la sostenibilità ecologica e la salute planetaria, oltre a quella umana — una prospettiva oggi al centro dell’approccio One Health (Willcox et al., 2014; WHO, 2021).
Il volto salutogenico del Comfort Food
Fortunatamente, il comfort food assume anche una connotazione più salutogenica se guardiamo ai comportamenti alimentari delle generazioni più longeve. Buona parte di questi alimenti rientra in una dieta sana ed equilibrata, nell’ottica del benessere biopsicosociale.
Non è solo la ricerca della «consolazione» a caratterizzare questo insieme di cibi, ma anche la felicità e la ricerca della comunione sociale: le relazioni, la condivisione delle risorse e delle esperienze di vita. Le generazioni longeve ritualizzavano momenti di festa, riunione e celebrazione con comportamenti alimentari che tornavano nelle occasioni familiari e sociali.
Nelle popolazioni longeve il comfort food aveva il compito di scandire i ritmi sociali e comunitari dell’anno, rimarcando la bellezza e la continuità di gruppi e nuclei familiari, con l’impronta di un’orgogliosa identità culturale.
I dolci delle feste a Perdasdefogu
Un esempio arriva dai dolci tipici — e dalla loro preparazione — associati alle feste di Perdasdefogu, in Sardegna:
- Su pani urci — per la festa di Sant’Antonio Abate e Sa Candelora
- Pistoccheddus de crobi, amaretti, capigliette, gueffus e ciambelle — per i matrimoni
- Papassinas — per la Festa dei Morti
- Is pardulas — per Pasqua
- Zippulas e parafrittus — per Carnevale
Cibi che seguivano il tempo della stagionalità, muovendosi in maniera sinuosa lungo il calendario delle comunità.

Conclusioni: più domande che risposte
Le conclusioni vogliono aprire la riflessione a delle domande, più che offrire risposte universali:
- Cosa ci insegna il significato del comfort food delle popolazioni longeve?
- Come possiamo trasformare il ricorso agli UPF (ultra-processed food) in scelte più salutari e sostenibili dal punto di vista ambientale?
- Le soluzioni possibili sarebbero accessibili a tutte e tutti?
Bibliografia
- Pereira, J.M., Guedes Melo, R., de Souza Medeiros, J., Queiroz de Medeiros, A.C., de Araújo Lopes, F. (2024). Comfort food concepts and contexts in which they are used: A scoping review protocol. PLoS One, 19(4):e0299991.
- Vinci, G., Davì, F., Pellegrino, T., Fusco, R., Cordaro, M., Di Paola, R. (2025). Main Dietary Patterns for Healthy Aging and Well-Being. Nutrients, 17(12):2009.
- Willcox, D.C., Scapagnini, G., Willcox, B.J. (2014). Healthy aging diets other than the Mediterranean: a focus on the Okinawan diet. Mechanisms of Ageing and Development, 136-137:148-162.
- World Health Organization (2021). Tripartite and UNEP support OHHLEP’s definition of «One Health». Joint Tripartite (FAO, OIE, WHO) and UNEP Statement.
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