Una fiaba sulla cura, sull’autonomia e sul mistero della trasformazione umana
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di Roberto Pili
«Ogni essere porta in sé una forma che deve poter emergere.»
Perché nasce Brucamilla
“Brucamilla” nasce da un’esigenza profonda, che è insieme scientifica, umana e pedagogica: restituire al racconto per l’infanzia il suo ruolo originario, quello di strumento di formazione dell’essere umano, capace di parlare alla mente, al cuore e al corpo.
Non è una fiaba costruita soltanto per intrattenere. È una architettura narrativa intenzionale, pensata per accompagnare il bambino — e, insieme a lui, l’adulto — dentro uno dei passaggi più delicati dell’esistenza: il diventare se stessi attraverso la relazione con l’altro.
In questo senso, “Brucamilla” si colloca in uno spazio di confine tra letteratura, psicologia dello sviluppo, etica della cura e pedagogia dell’autonomia. È un racconto semplice nella forma, ma stratificato nei significati, capace di attivare processi interiori complessi attraverso immagini essenziali.
Il gesto originario: la disobbedienza che genera libertà
All’inizio della fiaba, Camilla compie un gesto che, a uno sguardo superficiale, potrebbe essere interpretato come un atto di disobbedienza infantile: nasconde in bocca un piccolo bruco trovato nella mela.
Eppure, proprio in questo gesto si trova il cuore simbolico dell’intera narrazione.
Non si tratta di una ribellione distruttiva, ma di una disobbedienza creativa, che inaugura un processo di crescita autentico. Camilla non si oppone all’adulto per negarlo, ma per affermare uno spazio interiore proprio, nel quale può nascere la responsabilità.
Dal punto di vista psicologico, questo momento rappresenta il passaggio da una condizione di dipendenza normativa a una prima forma di autodeterminazione. Il bambino, per crescere, non può limitarsi a interiorizzare regole: deve poterle attraversare, metterle alla prova, trasformarle in esperienza vissuta.
Camilla, nascondendo il bruco, compie esattamente questo passaggio: sceglie, senza chiedere il permesso, di prendersi cura di una vita fragile.
In questo senso, la sua è una scelta che inaugura una nuova dimensione: non più obbedienza esterna, ma responsabilità interna.
La segretezza come spazio generativo
La cura del bruco avviene in segreto. Questo elemento, spesso trascurato, è invece fondamentale.
La segretezza, nella crescita del bambino, non è necessariamente un segno di chiusura o opposizione, ma può rappresentare uno spazio protetto di elaborazione, una zona interiore in cui il soggetto sperimenta se stesso senza giudizio.
In “Brucamilla”, il segreto non separa Camilla dal mondo, ma le consente di costruire il proprio mondo interiore. È qui che si sviluppano fiducia, autonomia e senso di efficacia personale.
In termini pedagogici, questo passaggio è cruciale: l’autonomia non nasce dall’esposizione continua al controllo, ma dalla possibilità di abitare uno spazio di libertà responsabile.
Camilla non chiede di essere guidata. Si assume il rischio della scelta. E proprio in questo rischio prende forma la sua crescita.
La cura come fondamento etico
Se il gesto iniziale rappresenta l’origine dell’autonomia, il processo che ne segue introduce il secondo grande asse della fiaba: la cura.
Camilla diventa, senza saperlo, una figura di caregiver. Non perché qualcuno glielo chieda, ma perché riconosce nell’altro — nel bruco — una fragilità che interpella la sua umanità.
Qui si apre una riflessione etica fondamentale: la cura autentica non nasce dall’obbligo, ma dal riconoscimento. È uno sguardo che vede valore là dove altri vedono insignificanza. È una disposizione che trasforma il fragile in centro di attenzione e di senso.
In una società spesso orientata alla prestazione e all’efficienza, “Brucamilla” restituisce alla cura il suo significato originario: prendersi carico dell’altro come atto fondativo della propria identità.
Camilla non diventa più forte dominando il bruco, ma proteggendolo. E in questo gesto si compie una verità profonda: la cura dell’altro è sempre anche costruzione di sé.
La metamorfosi: una pedagogia del divenire
Il bruco che diventa farfalla è uno dei simboli più potenti della tradizione narrativa. Ma in “Brucamilla” questa immagine assume una valenza ulteriore.
La metamorfosi non riguarda solo il bruco. Riguarda Camilla.
Mentre il bruco attraversa il suo processo biologico, la bambina attraversa un processo interiore: impara ad attendere, a non controllare, a fidarsi del tempo.
In termini psicologici, questo passaggio introduce il tema della tolleranza dell’incertezza e della regolazione emotiva. Il bambino, come l’adulto, fatica ad accettare ciò che non può essere immediatamente trasformato.
La fiaba insegna invece che esistono processi che non possono essere accelerati. Che la crescita richiede tempo. Che la trasformazione è un evento lento e invisibile.
Camilla non forza il cambiamento. Lo accompagna. E quando la farfalla finalmente emerge, ciò che si compie non è solo una trasformazione biologica, ma una rivelazione: ogni essere porta in sé una forma che deve poter emergere.
Lasciare andare: il culmine della cura
Il momento più alto della fiaba non è la nascita della farfalla, ma ciò che avviene dopo. Camilla deve lasciarla andare.
Questo passaggio rappresenta una delle dimensioni più difficili dell’esperienza umana: la capacità di separarsi da ciò che si ama senza possederlo.
Dal punto di vista etico, è il superamento della logica del controllo. Dal punto di vista psicologico, è l’accesso a una forma più matura di relazione.
La cura autentica non trattiene. Non imprigiona. Non lega. La cura autentica libera.
Camilla comprende, attraverso l’esperienza, che amare significa anche rinunciare al possesso, accettare che l’altro abbia un destino proprio. In questo gesto si compie il passaggio dall’infanzia alla maturità affettiva.
Inclusione: il valore del fragile
Il bruco, nella sua condizione iniziale, rappresenta ciò che è fragile, invisibile, facilmente trascurabile. Camilla lo accoglie proprio per questo.
In questa scelta si radica uno dei messaggi più profondi della fiaba: la diversità non è un limite, ma una possibilità relazionale.
In un contesto sociale in cui centinaia di migliaia di bambini vivono condizioni di disabilità — si stimano in Italia oltre 350.000 alunni con disabilità nel sistema scolastico — diventa fondamentale proporre narrazioni che non escludano, ma includano.
“Brucamilla” nasce anche per questo: per offrire uno strumento capace di educare allo sguardo inclusivo. Il bambino non deve imparare a “tollerare” la diversità, ma a riconoscerla come parte costitutiva della realtà.
Una fiaba che si può vedere, ascoltare, toccare
La struttura multisensoriale di “Brucamilla” non è un elemento accessorio, ma parte integrante del progetto educativo.
Testo, Braille, Lingua dei Segni, musica, canto, supporti tattili: ogni linguaggio diventa una porta di accesso. Questo approccio risponde a una visione precisa: la cultura deve essere accessibile a tutti, non adattata dopo, ma progettata fin dall’origine come inclusiva.
La fiaba diventa così un’esperienza condivisa, in cui bambini con e senza disabilità possono incontrarsi nello stesso spazio narrativo.
Non esistono più “lettori privilegiati” e “lettori esclusi”. Esiste una comunità che cresce insieme.
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Roberto Pili
Medico, ricercatore e autore
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