C’è vero progresso quando le nuove tecnologie diventano un vantaggio per tutti.
La telemedicina è passata, nel giro di pochi anni, dall’essere una soluzione d’emergenza a diventare uno degli assi della nuova sanità territoriale. La pandemia da COVID-19 ha rappresentato uno spartiacque nella storia recente della sanità: abbiamo conosciuto un “prima”, un “durante” e un “dopo”, scoprendo quanto rapidamente possano essere messi in discussione sistemi che consideravamo solidi e quanto sia necessario ripensare l’organizzazione dell’assistenza quando cambiano improvvisamente le condizioni sociali e sanitarie.
A distanza di alcuni anni dall’emergenza, quella lezione rimane attuale. Anzi, alcuni dei processi accelerati dalla pandemia stanno entrando oggi nella struttura ordinaria del Servizio Sanitario Nazionale, e la telemedicina è tra i più importanti. Non si tratta semplicemente di sostituire una visita in presenza con una videochiamata: significa utilizzare tecnologie e reti digitali per portare competenze, monitoraggio, consulti e assistenza dove si trova il paziente, creando una maggiore continuità tra ospedale, territorio e domicilio.
L’Italia che invecchia: perché serve la telemedicina
La trasformazione è resa ancora più urgente dalla demografia. Secondo gli Indicatori demografici ISTAT, al 1° gennaio 2026 gli italiani con almeno 65 anni sono circa 14,8 milioni e rappresentano il 25,1% della popolazione. Gli ultraottantacinquenni hanno superato i 2,5 milioni. L’Italia è oggi il Paese dell’Unione Europea con il maggiore peso relativo della popolazione over 65. Non siamo quindi davanti a una previsione sul futuro: è la struttura demografica dell’Italia di oggi.
Parallelamente cresce il peso delle patologie croniche. Secondo il report ISTAT «Fattori di rischio per la salute» (2025), il 46,8% degli adulti italiani dichiara almeno una patologia cronica tra quelle rilevate e il 26,5% almeno due. Considerando anche l’obesità tra le patologie croniche, le percentuali salgono rispettivamente al 51,1% e al 29,1%. Tra gli ultrasettantacinquenni il fenomeno assume dimensioni ancora maggiori: l’87,5% presenta almeno una patologia cronica e il 70,5% almeno due. Sono numeri che obbligano a ripensare la sanità.
Dall’ospedale alla casa: la nuova assistenza territoriale
Un sistema sanitario costruito prevalentemente intorno all’ospedale e all’intervento sulla fase acuta della malattia deve confrontarsi con una popolazione nella quale aumenta la necessità di seguire le persone per anni. Diabete, malattie cardiovascolari, patologie respiratorie, disabilità e condizioni legate all’invecchiamento richiedono continuità assistenziale.
La risposta non può essere soltanto aumentare il numero delle prestazioni ospedaliere. Occorre costruire una rete capace di collegare ospedale, medicina territoriale, assistenza domiciliare, professionisti sanitari e paziente. La telemedicina è uno degli strumenti attraverso i quali realizzare questa trasformazione.
Che cosa significa davvero telemedicina
La telemedicina è la fornitura di servizi sanitari a distanza attraverso le tecnologie dell’informazione e della comunicazione, quando la distanza rappresenta un fattore critico. Il concetto ha una storia più lunga di quanto si immagini: già nel 1970 si sperimentavano programmi capaci di trasmettere informazioni sanitarie a distanza e nel 1997 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ne forniva una prima definizione ufficiale.
Oggi parliamo di televisita, teleconsulto, teleconsulenza medico-sanitaria, telemonitoraggio, teleassistenza e telerefertazione: strumenti differenti accomunati da un principio, spostare le informazioni e le competenze quando non è necessario spostare il paziente. La telemedicina non cancella quindi la medicina tradizionale: la integra.

Il PNRR: dalle previsioni ai primi risultati
Quando il processo di riorganizzazione è stato avviato, gli obiettivi erano ambiziosi. Oggi alcuni risultati possono essere misurati. Nell’ambito della Missione 6 Salute del PNRR, la telemedicina si poneva l’obiettivo di assistere almeno 300.000 persone attraverso questi strumenti. Il Ministero della Salute indica oggi il target come raggiunto e superato: la piattaforma nazionale di telemedicina ha rilevato oltre 566.000 assistiti fino a dicembre 2025.
È un passaggio importante perché segna il progressivo superamento della fase sperimentale: la telemedicina comincia a entrare nell’organizzazione ordinaria del Servizio Sanitario Nazionale.
La casa come primo luogo di cura
Ancora più significativo è ciò che sta avvenendo nell’assistenza domiciliare. Il PNRR ha individuato nella «casa come primo luogo di cura» uno degli assi della nuova sanità territoriale. I dati AGENAS relativi al 2025 mostrano che sono stati presi in carico attraverso l’assistenza domiciliare 1.625.785 cittadini over 65, a fronte di un obiettivo di circa 1,5 milioni: significa che l’11,3% della popolazione italiana con più di 65 anni ha ricevuto almeno una prestazione domiciliare nell’anno, superando il target PNRR del 10%.
È un dato particolarmente interessante se confrontato con la situazione di partenza: nel 2019 la quota si collocava mediamente intorno al 5%. In pochi anni la dimensione dell’assistenza domiciliare agli anziani è quindi più che raddoppiata, con effetti concreti sulla vita quotidiana degli anziani più fragili.
Una rete sanitaria che supera le mura
Questa trasformazione permette di immaginare una sanità differente. Un paziente cronico può essere monitorato nella propria abitazione, alcuni parametri possono essere controllati a distanza, professionisti collocati in strutture differenti possono confrontarsi sullo stesso caso e alcuni controlli possono essere effettuati senza obbligare una persona anziana o fragile a spostamenti frequenti. Il domicilio entra così nella rete assistenziale.
Non significa trasformare ogni casa in un ospedale, ma creare continuità tra casa, territorio e strutture sanitarie. Parallelamente prosegue la costruzione dell’infrastruttura digitale nazionale: nel 2026 il percorso PNRR prevede che tutte le Regioni adottino e utilizzino il Fascicolo Sanitario Elettronico, mentre sono state sviluppate le infrastrutture nazionali dedicate alla telemedicina. La trasformazione, dunque, non riguarda soltanto i dispositivi: riguarda l’organizzazione stessa della sanità.
La tecnologia deve ridurre le distanze, non le persone
Esiste però un equivoco da evitare. La telemedicina non può essere considerata una scorciatoia per ridurre il rapporto diretto tra medico e paziente, né semplicemente uno strumento per risparmiare risorse. La sua funzione dovrebbe essere opposta: utilizzare la tecnologia per rendere l’assistenza più accessibile, continua e personalizzata.
Un teleconsulto non sostituisce automaticamente una visita, un algoritmo non sostituisce il giudizio clinico, un monitor non sostituisce la relazione terapeutica. Sono strumenti: la responsabilità della cura continua ad appartenere alle persone. Dopo aver costruito infrastrutture, piattaforme e servizi, la domanda decisiva diventa quindi un’altra: possiamo costruire una sanità sempre più digitale senza perdere la sua dimensione umana?
È da questa domanda che partiremo nel prossimo articolo, dedicato a telemedicina, disabilità, fragilità e umanizzazione della cura.
Fonti
- ISTAT, Indicatori demografici – Anno 2025.
- ISTAT, Fattori di rischio per la salute – Anno 2025.
- AGENAS, Telemedicina – Missione 6 Salute PNRR.
- AGENAS, Monitoraggio Assistenza domiciliare (ADI).
- OMS – Digital health.

Scopri di più da LONGEVITIMES
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

1 commento
[…] precedente articolo abbiamo visto quanto rapidamente stia cambiando il Servizio Sanitario Nazionale. L’Italia ha […]