A Sassari il confronto tra istituzioni, ricerca e terzo settore. Roberto Pili: “La partecipazione dipende dalla qualità dei contesti sociali”
SASSARI — In Sardegna oltre 120 mila persone convivono con limitazioni funzionali gravi. Un dato che da solo basta a spiegare perché il tema della disabilità stia diventando uno degli snodi più delicati delle politiche pubbliche regionali.
La presentazione del III Rapporto sulla Disabilità in Sardegna, organizzata da IERFOP alla Fondazione di Sardegna, ha riportato al centro del dibattito questioni che vanno ben oltre l’assistenza sanitaria: invecchiamento della popolazione, sostenibilità del welfare, accessibilità dei servizi, inclusione lavorativa, continuità educativa e isolamento dei territori interni.
Il documento, sostenuto dalla Fondazione di Sardegna e sviluppato scientificamente da Chain Factory, spin-off dell’Università di Cagliari guidato dal professor Alessandro Spano, propone un quadro che intreccia dati demografici, economici e sociali, cercando di trasformare le statistiche in strumenti di programmazione pubblica.
Uno dei temi centrali dell’incontro è stato il cambiamento culturale che negli ultimi anni ha modificato il modo di leggere la disabilità.
Nel suo intervento, Roberto Pili ha ricordato come la Convenzione ONU del 2006 sui diritti delle persone con disabilità abbia segnato “il superamento del modello sanitario” a favore di un approccio fondato sui diritti umani, sull’autodeterminazione, sull’accessibilità e sulla non discriminazione.
La nuova impostazione, recepita in Italia con la Legge 18 del 2009 e successivamente rafforzata dalla riforma introdotta con la Legge delega 227/2021 e dal Decreto Legislativo 62/2024, punta a costruire un sistema centrato sul “progetto di vita” della persona.
“La disabilità oggi non può più essere considerata soltanto una condizione sanitaria”, ha spiegato Pili. “È l’esito dell’interazione tra persona e ambiente”.
Un passaggio che cambia radicalmente la prospettiva. Non conta solo la limitazione individuale, ma la capacità della società di garantire autonomia, accessibilità e partecipazione.
I dati contenuti nel Rapporto mostrano una situazione regionale particolarmente complessa.
In Sardegna l’incidenza delle limitazioni funzionali gravi raggiunge il 7,7%, contro una media nazionale del 5%, il valore più alto registrato in Italia.
Su una popolazione regionale di circa 1,56 milioni di abitanti, significa che oltre 120 mila persone convivono con condizioni di grave limitazione funzionale.
Il Rapporto evidenzia inoltre un forte collegamento tra crescita della disabilità e invecchiamento demografico.
Tra gli over 75 sardi, infatti, l’incidenza delle limitazioni gravi sale al 27,3%, coinvolgendo oltre 56 mila anziani che necessitano di assistenza complessa.
Il tema assume un peso ancora maggiore nelle aree interne, dove l’isolamento geografico e la riduzione dei servizi territoriali stanno aggravando la vulnerabilità sociale.
Nel corso della presentazione è stato più volte sottolineato come la Sardegna si trovi oggi davanti a un sistema ancora fortemente frammentato e prevalentemente assistenziale, con crescenti rischi di sostenibilità economica e organizzativa.
Il Rapporto prova anche a quantificare l’impatto economico della disabilità.
Secondo i dati illustrati durante il convegno, in Italia il costo complessivo della disabilità viene stimato intorno all’1% del PIL, pari a circa 22 miliardi di euro.
Per la Sardegna si parla di circa 450 milioni di euro di costi diretti, con una proiezione complessiva che potrebbe arrivare fino a un miliardo di euro considerando gli effetti indiretti sul sistema sociale ed economico regionale.
Per Roberto Pili, però, la questione non può essere affrontata solo in termini di spesa.
“Includere significa investire nella sostenibilità futura della società”, ha spiegato, insistendo sulla necessità di trasformare il welfare da sistema emergenziale a infrastruttura stabile di cittadinanza.
Nel corso dell’incontro è intervenuta anche il ministro per le Disabilità Alessandra Locatelli, che ha definito il Rapporto “un lavoro basilare”.
“È un report importante, un lavoro basilare per passare dall’assistenzialismo all’integrazione delle persone nel mondo del lavoro e della società”, ha dichiarato.
Locatelli ha parlato della necessità di “interventi concreti” capaci di dare centralità alle persone con disabilità come parte attiva della società.
“Il Governo vuole porre attenzione con interventi concreti per dare importanza a coloro che vogliono essere parte della nostra società”.
Tra i dati più critici contenuti nel Rapporto ci sono quelli relativi al mercato del lavoro.
In Sardegna il tasso di occupazione delle persone con limitazioni gravi si ferma all’8,6%, meno della metà rispetto ai valori registrati nel Nord Italia.
Per IERFOP il tema dell’occupazione rappresenta uno dei principali punti di fragilità del sistema regionale.
Secondo quanto emerso durante il confronto, la mancata inclusione lavorativa non produce soltanto esclusione sociale, ma incide direttamente sulla sostenibilità del welfare e sulla qualità della vita delle famiglie.
Nel Rapporto viene inoltre evidenziato come molte imprese che hanno avviato percorsi di inserimento inclusivo abbiano registrato miglioramenti nel clima organizzativo e nei processi collaborativi.
Un capitolo specifico riguarda il divario di genere.
In Sardegna le donne registrano un’incidenza delle limitazioni gravi pari all’8,6%, uno dei dati più alti del Paese.
Il Rapporto parla apertamente di “doppia fragilità”: da una parte la condizione di disabilità, dall’altra il peso delle disuguaglianze economiche e sociali che continuano a colpire in modo particolare la popolazione femminile.
Per i relatori intervenuti, questo impone politiche mirate capaci di ridurre il carico familiare e migliorare le condizioni di accesso ai servizi e al lavoro.
Ampio spazio è stato dedicato anche alla scuola.
In Sardegna gli studenti con disabilità sono circa 8 mila.
Secondo il Rapporto, il sistema scolastico continua però a soffrire di precarietà e forte discontinuità didattica, soprattutto nel sostegno.
Una parte consistente dei docenti opera senza specializzazione specifica e molti studenti cambiano insegnante di sostegno nel corso del percorso scolastico.
IERFOP ha indicato come priorità strategica la costruzione di un sistema educativo realmente inclusivo, capace di integrare scuola, servizi sanitari e assistenza territoriale.

Nel corso dell’incontro è intervenuto anche il sindaco di Sassari Giuseppe Mascia, che ha definito il Rapporto uno strumento utile per la programmazione amministrativa.
“Sono dati che ci aiutano a ragionare e fare scelte migliori nel nostro operare politico”, ha dichiarato.
Poi il passaggio più diretto: “Noi inseguiamo troppo spesso la realtà delle cose. Perché è sempre più avanti al nostro operare”.
Una riflessione che ha attraversato buona parte del dibattito: la velocità con cui crescono fragilità sociali, invecchiamento e nuove povertà supera spesso la capacità delle istituzioni di pianificare risposte strutturate.
Per il presidente della Fondazione di Sardegna Giacomo Spissu, il lavoro svolto finora rappresenta solo un primo livello di analisi.
“È arrivato il momento di andare più in profondità nei prossimi report”, ha spiegato.
L’obiettivo, secondo Spissu, dovrà essere quello di affinare ulteriormente i dati raccolti per aiutare amministratori e decisori pubblici a costruire interventi più mirati.
“Sviluppando meglio i numeri ottenuti fino ad oggi possiamo mettere meglio a fuoco le azioni necessarie”.
Durante la presentazione Roberto Pili ha illustrato anche la crescita della rete internazionale di IERFOP.
L’istituto oggi opera tra Sardegna, Bruxelles e numerose città italiane, con sedi a Cagliari, Sassari, Oristano, Nuoro, Roma, Torino, Palermo, Milano e Campobasso.
Solo nell’ultimo periodo IERFOP ha realizzato 1777 corsi di formazione, coinvolgendo oltre 11 mila persone a livello nazionale.
Particolarmente significativa l’attività europea sui temi dell’inclusione e dell’occupabilità: 11 progetti internazionali sviluppati con partner di Italia, Polonia, Bulgaria, Grecia, Spagna, Irlanda, Belgio, Croazia, Slovenia, Estonia, Lituania, Norvegia e altri Paesi europei.
Tra i programmi presentati figurano Digitability per il lavoro da remoto delle persone con disabilità, Talking Hands dedicato alla lingua dei segni, CARE e DEAP sull’inclusione artistica dei giovani con disabilità visive, LEADABILITY per l’inserimento lavorativo e ABLE-Path per il job matching inclusivo.

Molto critico l’intervento del professor Bachisio Zolo.
“Si è fermata la tendenza delle politiche sociali in Italia”, ha dichiarato.
Secondo Zolo, il Rapporto mostra chiaramente un peggioramento delle condizioni di anziani, persone con disabilità e famiglie caregiver.
“Mancano scelte politiche corrette e realmente orientate ad aiutare pensionati invalidi civili e persone con disabilità”.
Un richiamo forte, che ha riportato il dibattito sul nodo centrale emerso durante tutta la giornata: il rischio che la crescita della fragilità sociale venga affrontata ancora attraverso interventi frammentati e non strutturali.
Il messaggio finale del convegno è stato chiaro: il III Rapporto non vuole limitarsi a descrivere un problema.
L’obiettivo dichiarato è utilizzare i dati come leva strategica per costruire politiche integrate e sostenibili, capaci di mettere al centro dignità della persona, sostenibilità dei sistemi e sviluppo delle comunità.
Perché, come emerso più volte durante il confronto di Sassari, la disabilità non rappresenta più una questione marginale del welfare, ma uno degli indicatori principali della capacità di una società di restare inclusiva, democratica e sostenibile.
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